venerdì 12 ottobre 2018

Appunti - 19.09.2018

A volte esco con la macchina fotografica in tasca, così come se fosse un taccuino, con cui prendere appunti sulle sensazioni del momento. A volte poi capita che sia settembre e si stia camminando sulla spiaggia...


mercoledì 29 agosto 2018

Voci da dentro - Trailer e locandina (2018)

Il documentario al quale ho lavorato negli ultimi mesi sta per fare la sua prima uscita pubblica. “Voci da dentro” infatti è stato selezionato fuori concorso al Valdarnocinema Film Festival. Per l'occasione pubblico la locandina e il primo trailer del film, che è solo un piccolo accenno del viaggio fatto all'interno degli istituti penali per minorenni svolto insieme a Defence For Chirldren Italia e Kento.
Prossimamente approfondirò l'argomento...







VOCI DA DENTRO - TRAILER from dm archivi on Vimeo.


Credits:
Il documentario è stato realizzato con il co-finanziamento del "Programma Diritti, Uguaglianza e Cittadinanza" dell’Unione Europea nell'ambito del progetto europeo "CRBB 2.0 - I diritti dei minorenni privati della libertà" coordinato da Defence for Children international Italia in collaborazione con il Dipartimento della Giustizia Minorile e la Comunità - Ministero di Giustizia.
Regia di Michele Imperio

Scritto da Michele Imperio e Danilo Melideo
Montaggio: Danilo Melideo
Color: Asia Abbatangelo
Mix audio: Francesco Guarnaccia

Con Francesco "Kento" Carlo, i ragazzi dell'IPM di Bari e i ragazzi dell'IPM di Torino

sabato 14 luglio 2018

Frames from Portugal (2011)

Non è un cortometraggio, né un romanzo né tantomeno un lavoro sperimentale. È semplicemente un diario di viaggio ma di un viaggio per me molto speciale. È stata la prima volta che ho visto l’oceano.


Sono cresciuto con i miti della letteratura di mare, da Ventimila Leghe Sotto i Mari all’Isola del Tesoro per passare poi a letture più adulte come Moby Dick o il sorprendente Atlantico di Simon Winchester. La solitudine della vastità, l’incessante inquietudine circondata dall’orizzonte infinito, i drammi più cupi e le gesta eroiche, gli approdi verso terre lontane... Il mare per me è sempre stato fonte di sogni e di fantasticherie. Sarà che in questo periodo ho la fortuna di vivere vicino al mare e me lo trovo continuamente davanti agli occhi ma ripenso spesso a quell’estate del 2011 quando insieme alla mia compagna ho fatto questo viaggio in Portogallo e ho ammirato per la prima volta la maestosità dell’oceano. Non solo, il magnetismo è stato aumentata dal fatto che l’oceano l’ho visto da Cabo De Roca, una scogliera che è il punto più ad occidente del continente europeo, un concentrato di vento e suggestione.

Sono andato quindi a ripescare dai miei archivi qualche foto e il video di questo diario di viaggio...




Il video l'ho intitolato "Dove finisce la terra"

mercoledì 11 luglio 2018

Voci da dentro - I Videoclip (2018)

Spesso i comportamenti più antisociali derivano dall'incapacità o addirittura dall'impossibilità di partecipare a qualcosa di costruttivo. Per questo ogni progetto che stimoli l'inclusione e la partecipazione di individui problematici non solo è giusto ma necessario, a maggior ragione se si tratta di minorenni.

Recentemente ho avuto l'onore di collaborare ad un progetto all'interno degli istituti penali per minorenni da parte di Defence For Children Italia. Un laboratorio rap in cui i ragazzi sono stati invitati a scrivere una loro canzone...

Al laboratorio ci ha pensato Kento, un rapper ovviamente, io da parte mia mi sono occupato, sotto la regia di Michele Imperio, del documentario che ha raccontato questa esperienza e dei videoclip delle canzoni che sono uscite da questo lavoro. Il film è ancora in lavorazione, i videoclip dei brani scritti dai ragazzi dell'IPM di Bari e di Torino invece sono stati già pubblicati...







Del progetto se ne parla anche in questo articolo di Internazionale

mercoledì 4 luglio 2018

Fantasmi che vengono dal mare - sessione completa (2018)

Anche se ho sempre avuto una certa dimestichezza con le parole riguardo a certi temi a volte le trovo inadeguate. Come nel caso dei morti di migranti nel mediterraneo, degli uomini, delle donne e dei bambini abbandonati ad una sorte tragica e ingiusta. Avevo bisogno di un grido e quel grido si è condensato in queste immagini.






lunedì 25 giugno 2018

Autobus (1998)


Sul finire degli anni novanta, come molti tardo-adolescenti, scrivevo molto. Perlopiù poesie e piccoli racconti. Era un modo come un altro per cercare di dare forma all’emotività e alla confusione tipica di quell’età. Uno dei tanti scritti di quel periodo però ha avuto una storia particolare.
Il mini racconto in questione si intitolava Autobus e metteva insieme in ordine sparso una serie di sensazioni mentre il protagonista era seduto sul sedile di un autobus extraurbano e guardava fuori dal finestrino.
L’ho scritto probabilmente mentre ero seduto su un autobus extraurbano e guardavo fuori dal finestrino (incredibile, no?) e poi, come la maggior parte delle cose che scrivevo, è finito accatastato in mezzo a decine di fogli e quaderni.
Tempo dopo, non ricordo perché, mi capitò tra le mani questa strana scatoletta: lo YAMAHA QY20. Quest’ibrido a cavallo tra l’era precomputer e l’era del computer era un Music Sequencer Rhythm Machine, con il quale si poteva comporre musica o quantomeno combinare una serie di suoni campionati.


Foto del mio originale Yamaha QY20 riesumato da una scatolone del soffitto dei miei

Non essendo un musicista sarebbe stato molto saggio rivendere questo curioso oggetto a chi ne avrebbe saputo fare qualcosa di buono, ma all’epoca non brillavo in saggezza, anzi ero nella fase dell’incosciente sperimentazione artistica a tutti i livelli.
A dirla tutta non ricordo minimamente come ho fatto, sono passati 20 anni del resto, comunque quello che ricordo è che decisi di studiarne per sommi capi il funzionamento e che mi dedicai alla composizione di una base musicale da utilizzare per un reading recitato di alcune mie poesie.
La scelta del testo che avrebbe fatto da cavia è caduta su Autobus e quindi, partendo da quello scritto, ne è nata questa cosa difficilmente definibile un po' reading, un po' canzone, un po' opera psichedelica.
Purtroppo non è stata l’unica cosa che ho fatto con questa bizzarra scatola, ma questa è stata la più strana e la più incosciente per cui la ricordo con piacere.
Ah, inutile ribadire che erano ancora gli anni ‘90, anche se stavano finendo, e questa registrazione non poteva che avvenire su audiocassetta. A risentirlo oggi devo dire che la cosa più bella è quel romantico fruscio del nastro magnetico consumato.


martedì 8 maggio 2018

8mm sull'Asse Attrezzato (2002)

Ho sempre avuto la passione per le forme d'espressione sperimentali, in particolare nel cinema e nella musica. Perché, per quanto gli esiti spesso finiscono per essere mediocri, l'atto di esplorare territori sconosciuti è sempre emozionante.
In questo mio curiosare nelle sperimentazioni artistiche, un giorno del 2002 mi imbattei in un brano di Franco Battiato, sconosciuto ai più, dal titolo .
Il brano, della durata di circa 20 minuti, copre l'intera facciata A del disco omonimo pubblicato dal cantautore catanese nel 1977. ” è composto quasi interamente da un solo accordo che si ripete a ritmi differenti durante il brano, ognuno con una certa regolarità. In pratica il senso del brano non sta nella melodia ma nelle variazioni di tempo in cui la stessa nota viene suonata. Insomma una cosa non proprio di facile ascolto. Ma all'epoca ero giovane, curioso e soprattutto avevo tanto tempo libero, quindi più di una volta mi sono dedicato all'ascolto ipnotico e alienante di questo brano. Ed ho avuto delle sorprese: quelli che inizialmente apparivano suoni monotoni e a volte quasi fastidiosi diventavano altro, prima sono diventati una punteggiatura dispettosa al mio flusso di pensieri e avevano il potere di cambiarne la direzione, poi queste pause che si allungavano e restringevano sono diventate una vera e propria sinfonia.
Proprio in quegli anni mi stavo avvicinando al mondo del video. L'anno successivo infatti avrei girato il mio primo cortometraggio (ne ho parlato qui). Quindi decisi di provare a fare una cosa ancora più folle di ascoltare questo brano ovvero cercare di dargli una rappresentazione visiva.
E cosa più di una superstrada con il suo flusso monotono e irregolare di auto poteva esserne la rappresentazione migliore?
Nasce così “8mm sull'asse attrezzato”, nove minuti di minimalismo sperimentale girati in video8, montati con due videoregistratori e giunti ad oggi dopo 4 o 5 riversamenti su vhs.

venerdì 4 maggio 2018

Zero (2005)

Una stanza, una videocamera, la solitudine, un cavalletto, del vino, un foglio di carta, una sigaretta, una penna, un amico poliglotta, Perugia, il 2005 e il quattroterzi. Tutto questo moltiplicato per zero fa comunque zero.



La stanza è quella della casa dello studente, dove ho vissuto buona parte della mia vita universitaria. La videocamera su cavalletto è poggiata al posto del letto, che per l’occasione avevo trascinato verso la porta. Il punto di vista che ne è uscito fuori quindi è lo stesso che avevo io ogni giorno e ogni sera che mi sedevo sul letto e, ascoltando la musica, rimanevo a fissare un po' a vuoto davanti a me.
Giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, quella finestra, quel televisore messo storto che non guardavo quasi mai, quel lavandino sono entrati nell’immaginario dei miei pensieri, una sorta di costante che, qualsiasi cosa accadesse, rimaneva sempre fissa.

Quando poi ho iniziato a giocare con le immagini e a girare i primi cortometraggi ho capito che quella immagine non la potevo lasciare fuori. Ed è diventato il teatro di questo breve flusso di coscienza in bianco e nero e verde e viola e blu e giallo.
E bianco.
E nero.
E zero.


lunedì 12 febbraio 2018

Ricordo (1998)

Vent'anni fa. In cui scrivevo poesie ma avevo già dentro l'animo del montatore.




lunedì 22 gennaio 2018

Bianco e nero. Ma soprattutto nero.

Tre scatti in bianco e nero, fatti con la Lumix Tz-70.
Tra scatti in bianco e nero, fatti in una notte di gennaio 2018 a Roma.
Tre scatti in bianco e nero. Ma soprattutto nero.

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Scatto 1. Teatro di posa.


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Scatto 2. Fuori piove un mondo freddo.


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Scatto 3. Quasi nulla.


lunedì 15 gennaio 2018

Sala d'attesa





È un tardo pomeriggio d'inverno. Fuori infuria un temporale. Uno di quelli rumorosi, con pioggia scrosciante che sbatte sulle tettoie e sui vetri, tuoni devastanti e vento forte che fa cigolare tutto ciò che può cigolare. Dentro siamo una decina di persone tra adulti e bambini, tutti in attesa di essere ricevuti dal pediatra. La sala d'attesa è stranamente buia. C'è solo una lampadina a basso voltaggio che pende indolente dal soffitto ed emana una scarsa luce giallastra. Come se non bastasse è soggetta a sbalzi di tensione, probabilmente dovuti al temporale, per cui ogni tanto la luce si abbassa ancora di più. Questo clima da film horror non sembra turbare i presenti, a parte me ovviamente. Io mi lascio suggestionare da qualsiasi cosa, quindi diciamo che non faccio testo. Comunque ci sono i bambini che giocano e corrono per la stanza e i genitori seduti sulle sedie posizionate vicino alle pareti. Io sono l'unico adulto senza bambini al seguito. Sono qui solo per ritirare una prescrizione per mio figlio.
Normalmente l'entusiasmo di questi bambini sovrasterebbe ogni altro rumore ma il temporale è così forte che quasi non si sentono. La scena è surreale, li vedo muovere vistosamente la bocca ma non emettono alcun suono se non qualche flebile sussurro. Invece i tuoni li sento bene. E anche lo scrosciare della pioggia. E i cigolii. 

Ad un certo punto si vede un lampo particolarmente forte provenire dalla finestra, seguito subito dopo da un tuono clamoroso. Segue a ruota calo di tensione e lampadina che si spegne. Buio. Ecco, penso, adesso i bambini cominceranno a piangere così forte che sovrasteranno il temporale. Invece nulla. Passano diversi secondi nel buio più totale e non sento niente. Buio. Non so loro, ma io sono terrorizzato. Buio. Ancora un tuono fortissimo ma stavolta senza lampo. Finalmente la lampadina decide di tornare in vita e torna la luce. La scena che mi aspetto è quella dei bambini tutti stretti ai loro genitori che si fanno rassicurare invece li trovo che giocano e si rincorrono come se nulla fosse. Rimango perplesso. Anche perché non ci sono più i genitori. Tutti gli adulti che erano presenti nella stanza sono scomparsi. A parte me, ovviamente. Il vento fuori spezza qualche ramo e la pioggia batte violenta sul vetro dello studio pediatrico. Io rimango interdetto e immobile. 

Passano altri lunghi secondi. La cosa più sensata è che io faccia qualcosa. Ma non c'è nulla di sensato in questa vicenda quindi continuo a rimanere immobile e interdetto. Poi un altro tuono. Altro sbalzo di tensione. Altro buio. Adesso tornerà la luce e scoprirò di essermi sognato tutto. 

Torna la luce. 

Ecco, come volevasi dimostrare: I genitori sono al loro posto. Guardo meglio. No, non è come volevasi dimostrare. Stavolta sono scomparsi i bambini. Al centro della stanza non c'è più nessuno mentre sulle sedie vicino alle pareti ci sono gli adulti intenti a fare quello che facevano prima, con espressioni del tutto indifferenti.
Lampo. Tuono. Calo. Tensione. Buio. 

Passo i secondi di buio nel terrore di scoprire ciò che mi aspetta.
Torna la luce. Allora, i bambini ci sono. Giocano al centro della stanza. Bene. Gli adulti anche ci sono, seduti composti sulle sedie vicino alle pareti. Ci sono tutti. L'unico che manca sono io. La sedia sulla quale ero seduto è vuota.

sabato 13 gennaio 2018

Schegge di un'allucinazione (1998)

Vent'anni fa andavo alle superiori, portavo una barba da hipster di cui ero molto orgoglioso e scrivevo poesie come questa.